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Associazione Culturale Nuova Italia - Sardegna


Diario


29 aprile 2008

Gianni, l'uomo della nuova destra che unisce imprenditori e proletari

Scettico sulla svolta di Fini, ha coltivato l'ala «sociale». E da ministro ha pescato anche a sinistra 

Se è diventato amico di Carlin Petrini leader gastronomo della sinistra, senza smettere il ricordo dell'amico di gioventù ammazzato dagli estremisti di sinistra. Se oggi lo festeggiano i tassisti irriducibili, e Montesano ex eurodeputato Ds; se l'hanno votato le grandi famiglie già papaline quindi democristiane infine rutelliane, e le classi popolari rimaste in città, allora Gianni Alemanno non è più da molto tempo il «picchiatore», il «camerata», l'avanguardia della «marea nera» annunciata da qualche suo coetaneo del fronte avverso. Ieri, in una giornata non meno storica del 13 aprile, il cerchio aperto nel '93 si è chiuso. Allora fu Fini a sfiorare la vittoria contro Rutelli. Adesso a batterlo è l'uomo che più ha faticato a seguire Fini nella marcia verso il centro, che per cinque anni è stato al governo quasi come capo di una corrente alternativa, che a lungo ha diviso con Storace la guida di una «destra sociale» sospettata di velleità neocorporative, ma che ora dimostra come la destra nuova sappia convincere la maggioranza dei romani, reduci da una lunga stagione non priva di successi ma associata al cliché eterno della mediazione, dei circoli, dei salotti interclassisti, delle relazioni privilegiate.

Così le grida dell'ultima ora contro «l'uomo nero» non hanno influenzato il voto più di quanto avrebbe fatto anni fa una campagna contro D'Alema «lanciatore di molotov»; come l'insistenza maliziosa sul matrimonio di Alemanno con la figlia di Pino Rauti non ha mosso l'umore dell'elettorato più di un attacco da destra a Pietro Ingrao, per citare un altro «grande vecchio» sconfitto dalla storia e dal crollo delle ideologie ma a cui è giustamente riconosciuto un onore delle armi ad altri negato, almeno sinora. Questo non significa che al ballottaggio esca sconfitto anche l'antifascismo, valore importante pure nella capitale; ma che proprio per questo non andava svilito e strumentalizzato in una maniera che si è rivelata non solo inelegante ma, forse, controproducente.

La vittoria di Alemanno (e di Fini, che l'aveva prevista così come alla vigilia del 13 aprile aveva anticipato che la Fiamma di Storace si sarebbe fermata al 2%) dimostra che, come al Nord la Lega tiene le chiavi dell'identità e della rappresentanza, così a Roma la destra ha il polso dell'anima profonda della città, dalle borgate ai quartieri piccoloborghesi, e sa coniugarla in sintonia con quelli che un tempo avrebbe definito polemicamente i «poteri forti» della capitale, dalle gerarchie vaticane ai costruttori; poteri in parte persuasi da tempo, in parte rapidi nel riallineamento.

Le ragioni e la natura di questo passaggio storico sono tutte nella biografia del nuovo sindaco. Un uomo capace di cambiare anche radicalmente, senza abiure spettacolari, senza conversioni pubbliche, senza rinnegare il proprio passato. Alemanno, pugliese d'origine (padre di Lecce, madre di Gallipoli), cresce in una Roma che coltiva una memoria del fascismo fatalmente diversa da quella del Nord operaio, che certo non rimpiange le leggi razziali e l'occupazione ma neppure dimentica il lascito del regime: una nuova urbanistica, grandi edifici dal Foro Italico all'università, grandi ospedali come il San Camillo e il Forlanini; un ceto medio impiegatizio con l'espansione della burocrazia statale, un proletariato di periferia con le borgate, un hinterland con le bonifiche; e, soprattutto, l'idea (sia pure espressa nelle forme rozze e antistoriche della retorica dell'Impero) di Roma capitale.

Un'eredità che andava molto oltre l'elettorato missino, come si vide appunto nel '93. La storia di Alemanno è l'adesione sofferta, anche se via via più convinta, al nuovo corso di Fini, avvenuta senza perdere neppure uno dei voti (quelli di Storace sono rientrati tutti al ballottaggio) di un blocco sociale storico, che si è andato evolvendo assieme alla destra. E allora i vecchi militanti e i giovani, i parastatali, i tifosi delle curve (compresa quella romanista), i cultori dei morti degli Anni Settanta celebrati da manifesti, fiori, scritte sui muri, i piccoloborghesi di piazza Bologna e piazza Tuscolo, i nuovi proletari delle borgate, in una parola le classi popolari che nell'apparente indifferenza della sinistra stanno pagando il prezzo dell'immigrazione, sia in termini di sicurezza che di concorrenza sul mercato del lavoro.

Ai sostenitori del '93, Alemanno ha saputo aggiungerne altri, infastiditi o semplicemente stanchi del Quindicennio, con lo stesso lavoro di apertura e tessitura che l'ha portato a diventare un ministro apprezzato anche dall'opposizione, e a costruire rapporti di stima con personaggi molto lontani dal recinto della vecchia destra, da Luca di Montezemolo ai viticoltori piemontesi, da Giuseppe De Rita agli agricoltori emiliani preoccupati dall'espansione degli ogm. Tutto questo non poteva essere ridotto a una croce celtica — per quanto non rinnegata e anzi mostrata sia pure con sofferenza alla tv, in ricordo dell'amico ucciso Paolo Di Nella —, né andava confuso con il folklore.

Rispolverare l'armamentario quello sì sempre uguale, ammiccare al fascista sul Campidoglio si è rivelato un errore strategico. La lezione di Roma è semmai quella contraria: dopo il lungo periodo in cui la capitale è stata governata prima da uomini del Pci, compreso quel Luigi Petroselli indicato da destra come il miglior sindaco dai tempi di Ernesto Nathan, poi da giunte in cui gli ex comunisti avevano un peso determinante, ora la maggioranza cambia di segno e premia un esponente del fronte opposto ma non per questo escluso dalla legittimazione e dall'alternanza. E chi oggi parlasse di «seconda marcia di Roma» non coltiverebbe l'indignazione, preparerebbe la prossima sconfitta.


25 aprile 2008

25 aprile, altarino di Mussolini in vetrina

GROSSETO - Mentrein tutta Italia si celebra il 63esimo anniversario della Liberazione, a Grosseto, Fabio Balducci, classe 1948, allestisce nella vetrina del suo negozio di cornici un altarino con l'immagine di Benito Mussolini e una rosa rossa, non riconoscendo la festa del 25 aprile.

«PER CHI HA PERSO LA VITA PER IL FASCISMO» -«Ho sistemato una foto di Mussolini su un piccolo altarino, con una rosa rossa, per non dimenticare chi ha perso la vita per il fascismo. Ho scelto la foto di Mussolini direttore de Il Popolo quando era un intellettuale» spiega Balducci, in passato collaboratore de «il Borghese» e «O.P.». «Ho un'idea del movimento fascista, come rivoluzione. Mussolini ha creato in un certo senso una società nuova da quella ottocentesca».

«OGGI LAVORO» - Per il negoziante di Grosseto «i lavoratori dovrebbero essere i primi a ricordare quando è stato fatto dal fascismo come l'Inail, l'Inps le colonie dei bambini. Il 25 aprile è considerata una festa nazionale che non condivido, condivido il primo maggio, il 25 aprile no. Non voglio dire agli altri di non festeggiare, ma per me oggi è un giorno normale di lavoro».


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24 aprile 2008

Cagliari: Fiaccolata per i caduti della RSI

 

VENERDI 25 APRILE ALLE ORE 18 PARTIRA’ DA PIAZZA GARIBALDI UNA FIACCOLATA SILENZIOSA FINO AL MONUMENTO AI CADUTI DI VIA SONNINO


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24 aprile 2008

"Io, figlia di Rauti, voto il marito ritrovato"

 Roma - È stata intervistata poco. Sulla vita privata mai. Non ama apparire, tantomeno sui giornali. Detesta le first ladies all’americana, «le mogli di che assumono atteggiamenti decorativi». Eppure, martedì sera, Isabella Rauti ha voluto essere in studio a Ballarò, per sostenere nel duello più difficile - con Francesco Rutelli - suo marito, Gianni Alemanno. Isabella è figlia di una delle figure più importanti della destra del dopoguerra, l’ex segretario del Msi e della Fiamma Pino Rauti: ha una storia di militanza, e ne va orgogliosa. E una storia d’amore tanto complessa quanto appassionata, che racconta per la prima volta a Il Giornale. I due hanno un figlio di 13 anni, Manfredi. Abitano in una bella casa della Balduina alta. Tengono i nomi sul citofono. L’intervista inizia da un apparente dettaglio.
Non tenete all’anonimato?
«Per nulla. Dopo un’infanzia in cui il mio portone era meta di sit-in e manifestazioni, mi piace vivere alla luce del sole, senza filtri da vip...».
Quando lei era bambina, suo padre, per l’ultrasinistra, era «l’uomo nero».
«Tre aneddoti. Una volta una corteo si fermò sotto casa nostra per protesta. Un’altra, mamma scese a litigare con 4 ragazzi che imbrattavano il muro con Rauti boia».
Come andò a finire?
«Con mamma aggredita. Ma denunciata - lei! - per aggressione!».
Sotto casa sua?
«Sì. Poi, ovviamente, vennero condannati i 4 ragazzi che l’avevano aggredita. Ma non poteva darsi pace perché li conosceva: “Andate a scuola con le mie figlie e ci fate questo?”».
Secondo aneddoto?
«Mio padre una volta fu picchiato - lavorava ancora a Il Tempo - tornando dal giornale a notte fonda. Infine, a dieci anni feci in tempo ad assistere al suo arresto!».
Piazza Fontana...
«Sì, l’indimenticabile 1972. Tornavo da scuola orgogliosa di un 10 in matematica. Trovai degli agenti in borghese che mi spiegarono: “Sai, il tuo papà deve accompagnarci a fare un passeggiata”...».

Ci credesti?
«Per nulla. Non potevo sapere di quell’inchiesta, ma quel giorno capii che si può pagare con la libertà per le proprie idee... Ci tengo a dire che per quel processo papà fu assolto con formula piena».
«Pane e politica» per lei?
«A colazione, pranzo, cena. Anche mia madre era militante, i miei non si erano conosciuti a un ballo: lei era rappresentante di istituto».
Non era una donna di destra dedicata come un angelo al focolare domestico? (Ride)
«Ah, ah. ah...».
Prego?
«Lei, che scelse di stare a casa per crescere le figlie considerava la maternità come militanza. Faccio questo perchè tu possa fare politica».
Un caratterino? (Sorride e sospira)
«Ehhh... A tavola discuteva di politica. A volte metteva anche in discussione le scelte di mio padre sulla guida della corrente».
Addirittura!
«Tempi terribili. Dopo il rogo di Primavalle avevamo la soglia di marmo rialzata sotto la porta. La sera si rimboccavano le coperte anti-incendio ai piedi della soglia. Mia sorella scoprì - era in moto! - che le avevano tagliato i freni».
E lei, «missina precoce»?
«A nove anni pulivo la sezione. A 12 imparai con orgoglio ad arrotolare i manifesti».
Anche con Alemanno una storia d’amore in sezione?
«Lui leader carismatico del Fronte della Gioventù. Io ero nella sua giunta, responsabile culturale. Avevo 16 anni».
La pupa che sta col capo?
«Macchéeee! Ci siamo fidanzati solo otto anni dopo».
E la freccia di cupido?
«Un giorno mi dissero: “Sai che lo guardi con tenerezza?”. Passai la notte a domandarmi perché».
Romanzo ottocentesco...
«Gianni era fidanzatissimo, da 15 anni. Erano altri tempi: niente trasgressioni...».
Ma lui lascia lei, e voi diventate coppia di ferro nel Msi.
«Ci siamo fidanzati nell’88; sposati nel ’92: abbiamo vissuto insieme, come una normale coppia, fino a Fiuggi».
E lì esplodete con il Msi...
«Rompiamo anche per la politica. Anzi, quello fu il detonatore, insieme al fatto che ero incinta, momento delicato nella vita di una donna».
Non nascondeste la separazione.
«Noooh... Non la ostentammo, ma non celammo nulla. Il “matrimonio di facciata” non era possibile per noi. Lui non è fatto così. E nemmeno io». 
Il fatto di essere su due fronti opposti a Fiuggi pesò?
«La politica per noi non era il tifo. Passammo mesi a parlare, notti intere svegli. Poi ci lasciammo: Manfredi aveva un anno. Per me fu un triplice colpo: da moglie, madre e militante».
Pensava che vi sareste rimessi insieme?
«La verità? Assolutamente no. Ho scoperto, anni dopo, che c’era un filo di ferro che non si è spezzato, fra noi».
Come è stato possibile?
«Non abbiamo mai rotto i rapporti. Aveva le chiavi di casa. A uno che fa politica non puoi dire: “Viene alle 5 di mercoledì a vedere tuo figlio”».
E poi?
«Abbiamo avuto entrambi altre storie. Un percorso complicato. Alla fine per fortuna ci siamo ritrovati».
Lei è rientrata in An...
«Un anno dopo. Anche lì è stato un percorso. Ha contato il fatto che tenevano i rapporti umani. Mi invitarono alla sezione Balduina, ci andai. La comunità esisteva, mi sentii meno distante».
In questa campagna Rutelli chiede un voto anti fascisti. La Repubblica scrive della celtica di suo marito.
«Assurdo. Sulla celtica Gianni non deve spiegare nulla. Io, se lei mi chiede se porto il crocifisso, non le rispondo».
Quanto ai «fascisti»...
«La vita, le storie, i grandi partiti come il Pdl sono complessi. È folle chi prova ad appiattire tutto con un clichè vecchio di mezzo secolo, chi ricorrre alla demonizzazione».
Forse porta voti?
«Non penso: la gente non li capisce. E non gli crede».
Lei ha fatto persino un comunicato sulla sicurezza...
«Mi ha indignato la trovata demagogica del braccialetto antistrupro. Un perfetto lapsus culturale. Invece di pensare a punire i colpevoli, il rutellismo discrimina le vittime!».
Nel confronto Rutelli ha detto che potrebbe anche non essere un bracciale...
«Sì, ha portato un telecomando. Sembrava un piazzista della Beghelli...».
Inutile chiederle chi ha vinto il duello, secondo lei.
«Gianni ha comunicato la sua passione, il progetto».
E Rutelli no?
«Da ragazzo ha partecipato a qualche nostro convegno come invitato. Appariva meno conformista».
E ora?
«È supponente, inautentico. Parla dei suoi progetti per Roma come se non avesse già governato 7 anni. Ha abbandonato la città, a metà mandato, per inseguire la sua ambizione di leader nazionale».
E la Palombelli?
«È una giornalista stimata: non mi trascinerà in una rissa fra mogli».
Cosa vorrebbe far conoscere agli altri di Alemanno?
«Gianni è uno che crede in quel che fa. Uno serio. Amministrerebbe questa città saggiamente». 
Fra i finanaziamenti dei costruttori e un’area di verde pubblico cosa sceglierebbe?
«Non ho dubbi. Difenderebbe il verde pubblico».
Lei mancò l’elezione a Strasburgo per lo 0.2%!
«Appunto. Quando è così non hai rimpianti, è il destino che sceglie per te».
E la sua carriera politica? (Sorride)
«Non l’ho mai inziata. Almeno per ora».
Però fa politica per lui.
«Non per. Ma con. Ho finito una iniziativa con Gianni e Fini organizzata anche da me».
E adesso dove va?
«Cena elettorale. Dovrò dire che l’hanno sequestrato in Rai... Non ho tempo per rileggere l’intervista, non mi faccia apparire fatua. Non lo sono».
E quando avrà due ore di tempo che farà?
«Un’ora per un romanzo storico. E una per arrampicare. Rispetto a Gianni sono una principiante. Ma me la cavo, mi creda».
E se Alemanno vincesse?
«Questa città mette le ali».


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22 aprile 2008

Ballarò - Rai Tre: faccia a faccia tra Alemanno e Rutelli

 Mercoledì 22 Aprile - Ballarò, Rai 3. Diretta tv - Confronto tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli
Il candidato a sindaco di Roma per il Pdl, Gianni Alemanno, partecipa alla trasmissione televisiva "Ballarò", in onda su Rai 3, per un confronto politico con l'aspirante sindaco del centrosinistra Francesco Rutelli


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15 aprile 2008

Siamo così convinti della vittoria della Pdl?

I dati sono sempre interpretabili, ma i risultati con le rispettive percentuali no!
Ora ad un totale di 60245 sezioni scrutinate su 61062 della Camera dei Deputati, possiamo senza interpretazioni discutere sui numeri che non sembrano sostenere la tesi del grande risultato del Popolo della Liberta, anzi!
Se oggi con 13.380.569 voti il Pdl si attesa al 37,24 % risultando il primo partito, dobbiamo ricordare che nel 2006 il totale dei voti e della percentuale di Forza Italia, Alleanza Nazionale, Alternativa Sociale ottenevano 14.011.456 voti per una percentuale del 36,73%.
In parole povere aver buttato al cesso un grande Partito come An e aver creato dal nulla un contenitore ha portato un aumento dello 0,51%.
MIRACOLO!!!! Grazie Gianfranco Fini, Grazie Silvio Berlusconi...
ma questo dato va scorporato per ogni singola città della nostra nazione per verificare come le cose sono andate.
I dati che ho calcolato riguardano 19 città italiane ed escludo da questo dato Palermo, Catania e Roma perchè non sono state scrutinate tutte le sezioni.
Partiamo dal Nord e arriviamo al profondo Sud
Chiaramente nei dati del Nord si scorporano i voti della Lega Nord che è l'unico vero partito vincitore di questa tornata elettorale.


TRIESTE
PDL                                             50.515 voti pari al 40,23
FI+An+Alt.Soc.  (2006)              61.346 voti pari al 44,26

GENOVA
PDL                                            181.922 voti pari al 33.50
FI+An+Alt.Soc.  (2006)              191.849 voti pari al 31,95

TORINO
PDL                                            167.556 voti pari al 31.57
FI+An+Alt.Soc.  (2006)              188.419 voti pari al 32,42

MILANO
PDL                                            283.9612 voti pari al 36,88
FI+An+Alt.Soc.  (2006)              339.435  voti pari al 41,13

BOLOGNA
PDL                                             67.393 voti pari al 27,07
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               77.155 voti pari al 28,68

VERONA
PDL                                             40.502 voti pari al 24,92
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               63.153 voti pari al 36,65

LATINA
PDL                                             44.737 voti pari al 57,27
FI+An+Alt.Soc.  (2006)              46.698 voti pari al 56,93

RIETI
PDL                                             13.072 voti pari al 43,28
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               13.128 voti pari al 40,80

ANCONA
PDL                                             19.495 voti pari al 30,83
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               20.285 voti pari al 29,60

FIRENZE
PDL                                             68.599 voti pari al 29,44
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               71.554 voti pari al 28,49

PERUGIA
PDL                                             33.608 voti pari al 32,72
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               36.167 voti pari al 33,66

POTENZA
PDL                                             14.979 voti pari al 3488
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               14.765 voti pari al 31,99

PESCARA
PDL                                             35.235 voti pari al 43,46
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               33.826 voti pari al 40,55

REGGIO DI CALABRIA
PDL                                             49.005 voti pari al 50,91
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               44.343 voti pari al 41,62

NAPOLI
PDL                                             236.669 voti pari al 45,44
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               214.786 voti pari al 37,01

BARI
PDL                                             93.212 voti pari al 47,56
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               94.687 voti pari al 45,13

CAGLIARI
PDL                                             42.720 voti pari al 43,66
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               41.981 voti pari al 39,46

SASSARI
PDL                                             29.942 voti pari al 39,03
FI+An+Alt.Soc.  (2006)               28.854 voti pari al 34,76

TRATTO DA SIMONE SPIGA BLOG


5 aprile 2008

Tibet: altre vittime tra i manifestanti

Tratto dal Corriere.it

PECHINO - Mentre il presidente francese Nicolas Sarkozy pone tre «condizioni» alla Cina per partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi l'8 agosto a Pechino, sono tra otto e quindici, a seconda delle fonti, i manifestanti uccisi dalla polizia giovedì sera a Kardze nella provincia cinese del Sichuan. I feriti sono decine. Le forze dell'ordine avrebbero sparato sulla folla per disperdere le proteste dei tibetani. L'agenzia ufficiale Nuova Cina venerdì aveva dato la notizia della rivolta nel Sichuan, parlando di un funzionario cinese rimasto ferito e di alcuni «spari di avvertimento» per bloccare gli scontri. Radio Free Asia (emittente finanziata dagli Stati Uniti) invece sostiene che la polizia ha sparato su diverse centinaia di persone, sia monaci che laici tibetani, che dimostravano per chiedere il rilascio dei dei monaci del monastero di Tongkor. Il gruppo con base a Londra International Campaign for Tibet afferma che le vittime sono state otto.

SUICIDI - Il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (con base in India) ha reso noto inoltre che due monaci che si sono suicidati per protesta lo scorso mese nel distretto di Abe, sempre in Sichuan, provincia che confina a sud-ovest con il Tibet. Il monaco Lobsang Jinpa, del monastero di Aba Kirti si è ucciso il 27 marzo lasciando il biglietto con scritto «Non voglio vivere nemmeno un minuto sotto l'oppressione cinese». Un secondo monaco di nome Legstok, 75 anni, si è suicidato il 30 marzo nel monastero di Aba Gomang dicendo «di non poter più sopportare l'oppressione».

SARKOZY - In un'intervista a Le Monde, il segretario di Stato francese ai Diritti umani, Rama Yade, ha dichiarato che il presidente Sarkozy pone tre condizioni alla Cina per la sua presenza a Pechino il prossimo 8 agosto alla cerimonia di apertura dei Giochi: dialogo tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, stop alle violenze contro la popolazione in Tibet e la liberazione dei prigionieri politici, piena luce su quanto è avvenuto a Lhasa.


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