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Associazione Culturale Nuova Italia - Sardegna


Diario


29 luglio 2008

In Tibet la repressione continua

 

Tratto dal Corriere della Sera


LHASA — «Shhhh. Non posso parlare. Please don't talk here. Too much police», sussurra in un inglese titubante il monaco incontrato lungo il dedalo di corridoi scuri e perlinati in legno affrescato nell'antico monastero di Sera. In effetti il luogo pullula di poliziotti e agenti in borghese allarmati dall'arrivo della delegazione di giornalisti invitata in Tibet grazie alla cooperazione tra governo di Pechino e Fondazione Italia-Cina. Ti seguono meticolosi e lanciano occhiate di fuoco a chiunque si avvicini non autorizzato. L'unico modo per cercare di comunicare con i tibetani è lasciarli giocare a rimpiattino con gli agenti. «Ecco, questo è il mio indirizzo email», dice uno che non sembra ancora ventenne passando repentino un bigliettino stropicciato. «La prego, non faccia mai il mio nome, perché tanti di noi vengono presi, e non si sa più nulla di loro. Ci arrestano, ci picchiano, se ci prendono di notte possiamo essere anche fucilati sul posto. Ho paura», spiega rapido.

La sera, davanti al computer, i messaggi al mondo dal Tibet sotto il tallone della repressione preventiva cinese in vista delle Olimpiadi di Pechino raccontano un universo assolutamente differente da quello spiegato dai portavoce ufficiali. «Nelle ultime settimane sono arrivati migliaia di nuovi poliziotti di rinforzo. Talvolta in una sola strada abbiamo contato oltre venti camionette militari. I nostri movimenti sono impediti al massimo, specie dal tramonto all'alba, chi esce dai monasteri senza permesso viene certamente arrestato. Ma i peggiori sono gli agenti in borghese. Stazionano dovunque e sono i più cattivi», si legge nell'email del 14 luglio. In quella di tre giorni prima viene specificato che i morti durante gli incidenti del 14 marzo sono stati «almeno 180» e i tibetani in carcere, molti di loro monaci, «restano centinaia». Con un particolare curioso: «In genere per la strada quelli in piedi sono i poliziotti regolari.

Ma gli uomini seduti sono gli agenti in borghese che danno gli ordini». E qualche nota di vita quotidiana: «Negli ultimi tempi i poliziotti si sono insediati in modo permanente nei monasteri. Così la situazione è un poco migliorata per i monaci di Sera, Jokhang e nel tempio di Ramosh, dove almeno ci si può muovere, anche se le lezioni per gli studenti sono state rinviate a dopo le Olimpiadi. Però quello di Drepung è totalmente isolato». Vedere per credere. Basta un quarto d'ora di taxi dal centro di Lhasa per raggiungere il villaggio ai piedi del ripido anfiteatro montagnoso che fa da corona a Drepung. Qui a marzo si trovava uno dei centri dirigenti più attivi della rivolta. E per diverse settimane era stato totalmente isolato dall'esercito.

Ma ora i cinesi si sentono molto più tranquilli. Non si vedono posti di blocco sulle strade. Invece la situazione cambia completamente una volta nel villaggio: ogni via di accesso ai palazzi bianchi del monastero antichi oltre 6 secoli che puntellano i fianchi della montagna è stata sistematicamente transennata, i militari hanno steso una fitta rete di fili spinati tutto attorno, oltre a garitte, ombrelloni colorati per le sentinelle dei turni sotto il sole, tende dotate di riflettori per la notte. «Oltre non si può andare. È coprifuoco da 4 mesi», dice rassegnato un gruppo di anziani contadini, che ogni giorno si reca a pregare nei pressi di un gigantesco masso di granito a circa 500 metri in linea d'aria dal monastero silenzioso. Si prostrano verso quelle mura antiche, sventolano gli scialli votivi nel vento lasciando che le loro preghiere salgano al cielo, un po' come qualche fedele fa ancora nel centro di Lhasa a venerare le vestigia diventate museo del palazzo di Potala, abbandonato dal Dalai Lama e il suo seguito sin dal lontano 1959. «Secondo le nostre informazioni, dei circa 1.000 monaci che stavano a Drepung, 500 furono arrestati subito, 300 liberati in seguito, gli altri mancano tutt'ora all'appello», sostiene un monaco che farfuglia veloce qualche parola in inglese, ripete la sua «fedeltà assoluta» al Dalai Lama, e pure, dopo una manciata di secondi, se ne fugge in una delle case protette da alte mura di pietra nella parte bassa del villaggio. «Peccato!», vien da pensare guardando da lontano, evitando di attirare l'attenzione dei militari, questo paesaggio da favola che proprio in questi giorni avrebbe potuto essere letteralmente invaso dai turisti è invece rimasto vuoto.

«I cinesi sono talmente ossessionati dal problema Tibet e dall'incubo sicurezza, che stanno rovinandosi la grande occasione offerta dalle Olimpiadi», osservano tra i circoli diplomatici europei a Pechino. Gli alberghi si erano preparati al tutto esaurito, ma ancora questa settimana erano fermi al 30 per cento delle presenze. Ristoranti di lusso semivuoti, taxisti con le mani in mano. Un Paese oggettivamente in piena crescita economica. Infrastrutture da grido. Senza scomodare gli impressionati successi della recente ricostruzione di Pechino, vien naturale osservare che aeroporti minori come quelli di Zhongdian, Xining, Kunming, Chengdu e il mitico Shangri-La, alle porte della regione autonoma del Tibet, sono molto più efficienti e funzionali di quelli di tante metropoli europee. La ferrovia che dal 2006 collega il Paese con Lhasa — e negli ultimi 2.300 chilometri viaggia in 26 ore su di un plateau compreso tra i 4.000 e 5.200 metri d'altezza — procede con una puntualità impressionante. Il nostro convoglio di 14 vagoni (i passeggeri erano quasi tutti cinesi Han) è arrivato nella capitale tibetana con 4 minuti d'anticipo.

Eppure è come se la società civile cinese sia andata più veloce di quella degli apparati dello Stato. «A cosa serve sventolare al mondo la Cina delle Olimpiadi, se poi ambasciate e consolati all'estero concedono i visti con il contagocce?», protestano gli operatori turistici stranieri. Il Museo d'arte contemporanea di Pechino espone opere di critica al regime e al nuovo «consumismo capitalista di Stato», come se la repressione seguita alle rivolte di piazza Tienanmen nel 1989 non fosse mai esistita. Ma il Tibet testimonia una realtà molto più triste. «Quella maledetta ferrovia serve solo ai cinesi per venirci a colonizzare. Loro sono facilitati dagli incentivi offerti dal governo centrale e ci rubano il lavoro», sostiene Tayang, una 23enne impiegata in un negozio di tappeti e artigianato tibetani nel centro di Lhasa. E aggiunge bellicosa, mostrando poco lontano le tre saracinesche ancora danneggiate dello «Top Peak Artwork Center», un negozio di proprietà cinese vandalizzato il 14 marzo: «Se va avanti così, ci sarà presto un'altra ribellione. È inevitabile, vogliamo il nostro Stato indipendente guidato dal Dalai Lama».


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25 luglio 2008

AN/ SABATO ASSEMBLEA,LA PARTITA DI ALEMANNO: REGOLE CHIARE IN PDL

L'approdo finale non è in discussione, il Pdl è la meta di Alleanza nazionale. Ma sul come arrivarci le 'ricette' sono diverse. Il minimo comun denominatore emerso nelle riunioni delle ultime settimane è non cadere nel cono d'ombra, non rimanere schiacciati fra l'attivismo leghista sulle riforme e le battaglie berlusconiane sulla giustizia. Ma chi sempre più di frequente mostra insofferenza per le modalità di avvicinamento al Pdl è l'area che fa capo al sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Sabato c'è l'assemblea nazionale del partito. Un appuntamento nel quale si fisserà una nuova assemblea che avrà il compito di indicare la data del congresso. Alemanno dovrebbe intervenire all'incontro del fine settimana e, secondo chi lo conosce bene, proverà a fissare dei paletti. Nessuna frenata sulla meta, sia chiaro. Il ragionamento del sindaco è che non è possibile costruire un partito, il Pdl, guidati solo dall'obiettivo di dar vita a un soggetto con il 40% dei consensi. Il primo punto da chiarire è però proprio quello 'aritmetico'. Le regole per la costituzione del nuovo soggetto, che emergeranno dalla bozza di statuto, sono al centro delle preoccupazioni di Alemanno.

Il 70% a Forza Italia, il 30% ad An. Questi sono i numeri intorno al quale si giocherà la partita congressuale, la rappresentanza dei due partiti nel nuovo soggetto politico. Ma l'appunto che muove Alemanno è proprio questo: non irrigidirsi su questo schema, serve tenere conto delle differenze territoriali, dei consensi sul territorio, regione per regione, sezione per sezione.

Da qui scaturisce poi il ragionamento sui valori. Alemanno vuole il Pdl, ma il sindaco intende battere proprio su questo tasto, sul bagaglio valoriale che Alleanza nazionale porterà nel Pdl, sulla 'mission' che fino ad ora non è emersa con chiarezza nei primi mesi di governo. Serve uno scatto, insomma, per uscire dal torpore. Non è un caso che proprio Alemanno fu l'unico a mostrare qualche cautela alla vigilia della lista unitaria alle politiche. Chiese "rispetto" per An e i suoi militanti, reclamò un congresso. "Deve essere chiaro - aggiunse - che la parte centrista e quella di destra devono avere pari dignità". Nessuno stop al Pdl, solo volontà di incidere sulle regole e, naturalmente, coagulare una sensibilità all'interno del partito, anzi dei partiti.

Facendo leva, com'è ovvio, sull'incarico che ricopre. Non è infatti un mistero che proprio il sindaco, al netto del necessario rapporto che quotidianamente coltiva con l'esecutivo per far fronte alle necessità della Capitale, gode di maggiore agibilità politica rispetto agli altri colonnelli occupati nell'azione di governo o nell'attività parlamentare.


21 luglio 2008

Addio alla Notte bianca. A Roma la Notte futurista

 

Tratto dal Corriere della Sera - Aldo Cazzullo

ROMA — Addio Notte bianca. Con la destra, Roma avrà la Notte futurista. Lo annuncia il nuovo assessore alla Cultura, Umberto Croppi. «E' esaurita la vecchia formula, per cui si riversavano in centro a centinaia di migliaia, non certo per fare spese o visitare musei. Meglio tante notti. Una dedicata all'arte contemporanea, con le gallerie aperte. Una pensata per i bambini. E, il 20 febbraio 2009, centenario del Manifesto di Marinetti, la Notte futurista. Si inaugurerà la mostra, ma soprattutto si terranno eventi di tipo futurista. Giochi di luce nel cielo della capitale. Un dirigibile che passa sulla città spandendo musica. Animazione teatrale in galleria Colonna. Performance al mattatoio del Testaccio...».

Non è un caso che l'idea sia di Croppi, da sempre affezionato al «fascismo rosso», alla destra che confina con la sinistra, alle contaminazioni culturali. «Il momento è propizio. A Roma, in Italia. La sinistra vive il suo 8 settembre. E' crollata, non ha più linea di comando, il gruppo consiliare in Campidoglio va per conto proprio. E la sconfitta romana non è di Rutelli; è di Veltroni. La destra deve aprirsi. Imparare a distinguere: il Macro è un oggetto sconosciuto, i romani non sanno che esiste un museo di arte contemporanea, e quindi il suo direttore Danilo Eccher sarà sostituito; l'Auditorium funziona, Gianni Borgna non è in scadenza, e quindi resta. C'è una crisi di consenso, di cui la destra deve approfittare. Parlando non solo ai suoi, ma rivolgendosi a loro. Sparigliando le carte; un po' come fece Togliatti quando dopo la caduta del Duce si rivolse ai giovani fascisti. Rispetto a lui, non abbiamo il problema delle ideologie e delle tragedie esistenziali della guerra».

Croppi le conosce bene, per averne una in casa. «Mio padre fu ufficiale della Rsi. Fascista di sinistra, anticlericale. Scampò alle vendette, ma si fece un paio d'anni in carcere. Era la persona più buona, colta, liberale che abbia mai conosciuto. E mi regalò il Capitale di Marx. Per questo non ho mai creduto alla retorica antifascista. Anzi, a 14 anni ero molto più a destra di papà. Lefevriano. Ma cambiai in fretta. Tifavo per i marines; cominciai a tifare per i vietcong. La prima tessera fu quella del Msi. Nel '75, a 19 anni, fui il più giovane consigliere comunale d'Italia, a Palestrina, la città di mia madre. Divenni dirigente del Fronte della Gioventù: il capo era Buontempo, c'era anche Fini ma un po' isolato, distante nel suo impermeabile bianco, infatti lo prendevamo in giro. Buontempo portava l'eskimo, io avevo i capelli lunghi e gli scarponi comprati a Porta Portese, sembravamo punkabbestia, non a caso Almirante ci chiamava castristi. Per lui provavo un misto di odio e amore: ne ammiravo il coraggio, ma avevo idee e gusti opposti. Nei cineforum di destra davano solo L'assedio dell'Alcazar. E poi La battaglia di Algeri, per rivedere la scena di Massu con gli occhiali scuri che entra nella casbah alla testa dei parà; e ogni volta scoppiava l'applauso. Io simpatizzavo per gli algerini, e amavo Bergman e Porci con le ali: i film e i libri dei miei coetanei. Leggevo Kerouac e Tolkien. Ho visto tutti i grandi concerti degli Anni '70, da Santana ai Jethro Tull».

«Mi pestarono in quaranta. Quaranta contro uno. Mi massacrarono. Due costole rotte, una lesione al nervo ottico. Mi ero candidato alle prime elezioni universitarie, nel Fronte anticomunista. A giurisprudenza prendemmo la maggioranza, ma per entrare in università bisognava passare tra due fila di autonomi: una forca caudina. Il peggio avveniva dentro, dove c'erano quelli del Manifesto e della Fgci. Tanti pestaggi, tutti individuali. Cominciò il terrore. Dopo Primavalle si erano rifugiati a Palestrina i Mattei, divenni loro amico. Vivevo con i miei genitori anziani, la sera ogni rumore diventava un allarme. Comprai una pistola, poco più di uno scacciacani. Poi pensai: ma sono diventato matto? E la buttai in una fogna».

«La voce della fogna era il giornale di Marco Tarchi, che leggevo con passione. Nasceva la nuova destra. Alla scuola quadri del Msi — Istituto studi corporativi — incontrai Gabriella Alemanno, la sorella di Gianni, che era più piccolo di noi. Gasparri? Figura minore. Dialogavamo con intellettuali di sinistra: il primo fu Mughini, poi Cacciari, Marramao. Dopo l'arresto solidarizzai con Sofri, insieme con Beppe Niccolai, missino non rosso ma proprio comunista, "bombacciano", che aveva sempre vissuto come un peso l'uccisione di Serantini, l'anarchico morto dopo gli scontri per impedire un comizio di Niccolai a Pisa. La leggenda di Battiato fascista nacque per causa mia: una sera cercai di intervistarlo dietro il palco, non ci riuscii ma qualcuno ci vide insieme; e poi a Battiato ci univano gli autori prediletti, da Guénon a Gurdjieff. Nel '90 il mio leader di riferimento, Pino Rauti, divenne segretario. Ma già l'anno dopo compresi che era tutto finito. E cercai la mia strada a sinistra».

«Partecipai alla fondazione della Rete, con Fabio Granata, oggi parlamentare di An; ma le vecchie barriere erano troppo forti. Avevo condiviso le battaglie radicali degli Anni '70, sostenni la candidatura di Rutelli a Roma: da primo dei non eletti del Msi in Regione subentrai come consigliere dei Verdi. Vidi il congresso fondativo dei Democratici: scene allucinanti, i delegati arrivavano in pullman, votavano e ripartivano, Rutelli arruolava ciellini contro le truppe di Di Pietro. Lasciai la politica. Ho diretto la casa editrice Vallecchi e collaborato con la fondazione di Alemanno. Oggi la speranza è il Pdl. Su Berlusconi ho cambiato idea: gli devo riconoscere una vitalità eccezionale. Il nuovo partito va fatto: perché rompe le cristallizzazioni, semplifica, riapre la politica».


16 luglio 2008

Spiga (An): Prosegue la mobilitazione contro le Olimpiadi in Cina

In segno di solidarietà con il popolo tibetano prosegue la mobilitazione internazionale di decine di associazioni, movimenti, partiti contro le Olimpiadi in programma a Pechino e per rilanciare con forza la necessità di dare una Patria alle popolazioni del Tibet occupate da decenni.

“Dal portale Identitario.org ad Azione Giovani, Organizzazione Giovanile di An, molte sono state e saranno le iniziative anche in Sardegna per solidarizzare con il Dalai Lama e con tutto il popolo tibetano”…”chiediamo ancora una volta che l’Unione Europea e il Governo Italiano non partecipino alla cerimonia inaugurale attraverso la stampa di opuscoli, volantini e adesivi, tutto materiale utile per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda”, afferma Simone Spiga, Dirigente Nazionale di Azione Giovani e Consigliere della Circoscrizione n°4 di Cagliari.

“Chiediamo ai cittadini sardi un segnale forte di sostegno al Tibet, anche attraverso il sostegno dell’iniziativa promossa dall’Associazione Italia-Tibet che chiede l’esposizione alle finestre di casa della bandiera italiana o tibetano che potrà essere richiesta direttamente all’Associazione all’indirizzo info@italiatibet.org o altrimenti all’indirizzo identitario@hotmail.it”, prosegue Spiga.

“Nella giornata di ieri è stata presentata durante il Consiglio della Circoscrizione n°4 una mozione per chiedere che il Comune di Cagliari conferisca a Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama la Cittadinanza Onoraria di Cagliari ai sensi dell’Art.5 dello Statuto del Comune di Cagliari, la Mozione del quale sono il primo firmatario, è stata sottoscritta da una decina di Consiglieri della maggioranza e della minoranza”, “Vogliamo con questa mozione dare un riconoscimento concreto alle battaglie di civiltà del Dalai Lama, che il 10 Dicembre del 1989 ottenne dall’Accademia di Stoccolma il Premio Nobel per la Pace”, prosegue la nota di Spiga.

"Chiediamo che il Gruppo di An in Consiglio Comunale faccia sua la nostra Mozione e interpreti la nostra richiesta di dare un segno forte, infatti tutti dobbiamo ricordare l’impegno del Dalai Lama per trovare soluzioni pacifiche per il suo Tibet e per aver diffuso il principio di riaffermazione dei diritti umani e della pacificazione fra i popoli”, conclude Simone Spiga.

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Si allega la Mozione presentata:

"Il Consiglio della Circoscrizione n°4,

PREMESSO CHE

- Tenzin Gyatso, nato a Taktser (Tibet) il 6 luglio 1935, XIV Dalai Lama del Tibet, è la principale autorità politica e religiosa del Popolo Tibetano;


- all'età di due anni è stato riconosciuto come reincarnazione del XIII Dalai Lama, a sei ha iniziato il suo iter di studi monastici, a 25 ha conseguito il titolo di Geshe Lharampa che corrisponde ad una laurea in filosofia buddhista;


- il 17 novembre 1950 ha assunto il potere politico ma nel 1959, a seguito dell'invasione cinese del Tibet, è stato costretto a riparare in India, dove ha ottenuto asilo politico e vive tuttora, a Dharamsala, che è anche la sede del Governo Tibetano in esilio. Nel 1963 ha promulgato una Costituzione democratica, basata sui principi del Buddhismo e ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani;


- il 10 dicembre 1989 Tenzin Gyatso ha ricevuto dall'Accademia di Stoccolma il Premio Nobel per la Pace;

SOTTOLINEANDO

il suo impegno a livello internazionale per trovare una soluzione pacifica per il suo Tibet e per aver diffuso il principio della riaffermazione dei diritti umani e della pacificazione fra i popoli;

AI SENSI

dell'articolo 5 dello Statuto del Comune di Cagliari

CHIEDE AL CONSIGLIO COMUNALE DI CAGLIARI DI

Conferire la Cittadinanza Onoraria a Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama."


11 luglio 2008

Piedimonte Identitaria contro gli abbandoni degli animali

 


10 luglio 2008

Cossiga: «La strage di Bologna, fu un incidente della resistenza palestinese»

 

Tratto dal Corriere della Sera

Cossiga compie 80 anni: Moro? Sapevo di averlo condannato a morte «La strage di Bologna, fu un incidente della resistenza palestinese» Francesco Cossiga (Emblema) Presidente Cossiga, auguri per i suoi ottant’anni. Lei è sempre malatissimo, e tende sempre a relativizzare il suo cursus honorum — Viminale, Palazzo Madama, Palazzo Chigi, Quirinale —. Eppure la vita le ha dato longevità e potere. Come se lo spiega?
«Ma io sono ammalatissimo sul serio! Nove operazioni, di cui cinque gravi, una della durata di sette ore, seguita da tre giorni di terapia intensiva. Ma resisto. Come si dice in sardo: “Pelle mala no moridi”; i cattivi non muoiono. E io buono non sono. Io relativizzo tutto quello che non attiene all’eterno. E poi, come spiego in un libro che uscirà a ottobre, “A carte scoperte”, scritto con Renato Farina, tutte le cariche le ho ricoperte perché in quel momento e per quel posto non c’era nessun altro disponibile. Io uomo di potere? Sempre a ottobre uscirà un altro libro — “Damnatio memoriae in vita” — con tutti gli articoli, lettere e pseudo saggi di insulti e peggio pubblicati durante il mio settennato contro di me da Repubblica ed Espresso ».
A trent’anni dalla morte di Moro, il consulente che le inviò il Dipartimento di Stato, Steve Pieczenick, ha detto: «Con Cossiga e Andreotti decidemmo di lasciarlo morire». Quell’uomo mente? Ricorda male? Ci fu un fraintendimento tra voi? O a un certo punto eravate rassegnati a non salvare Moro?
«Quando, con il Pci di Berlinguer, ho optato per la linea della fermezza, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte. Altri si sono scoperti trattativisti in seguito; la famiglia Moro, poi, se l’è presa solo con me, mai con i comunisti. Il punto è che, a differenza di molti cattolici sociali, convinti che lo Stato sia una sovrastruttura della società civile, io ero e resto convinto che lo Stato sia un valore. Per Moro non era così: la dignità dello Stato, come ha scritto, non valeva l’interesse del suo nipotino Luca».
Esclude che le Br furono usate da poteri stranieri che volevano Moro morto?
«Solo la dietrologia, che è la fantasia della Storia, sostiene questo. Tutta questa insistenza sulla “storia criminale” d’Italia è opera non di studiosi, ma di scribacchini. Gente che, non sapendo scrivere di storia e non essendo riusciti a farsi eleggere a nessuna carica, scrivono di dietrologia. Fantasy, appunto ».

Quale idea si è fatto sulle stragi definite di «Stato», da piazza Fontana a piazza della Loggia? La Dc ha responsabilità dirette? Sapeva almeno qualcosa?
«Non sapeva nulla e nessuna responsabilità aveva. Molto meno di quelle che il Pci (penso all’”album di famiglia” della Rossanda) aveva per il terrorismo rosso».

Perché lei è certo dell’innocenza di Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna? Dove vanno cercati i veri colpevoli?
«Lo dico perché di terrorismo me ne intendo. La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche».

Scusi, i palestinesi trasportavano l’esplosivo sui treni delle Ferrovie dello Stato?
«Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: “Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano”».

C’è qualcosa ancora da chiarire nel ruolo di Gladio, di cui lei da sottosegretario alla Difesa fu uno dei padri?
«I padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del Sifar. Io ero un piccolo amministratore. Anche se mi sono fatto insegnare a Capo Marrangiu a usare il plastico».

Il plastico?
«I ragazzi della scuola di Gladio erano piuttosto bravi. Forse oggi non avrei il coraggio, ma posseggo ancora la tecnica per far saltare un portone. Non è difficile: si manipola questa sostanza che pare pongo, la si mette attorno alla struttura portante, quindi la si fa saltare con una miccia o elettricamente… ».

E’ sicuro che il plastico di Gladio non sia stato usato davvero?
«Sì, ne sono sicuro. Gli uomini di Gladio erano ex partigiani. Era vietato arruolare monarchici, fascisti o anche solo parenti di fascisti: un ufficiale di complemento fu cacciato dopo il suo matrimonio con la figlia di un dirigente Msi. Quasi tutti erano azionisti, socialisti, lamalfiani. I democristiani erano pochissimi: nel mio partito la diffidenza antiatlantica è sempre stata forte. Del resto, la Santa Sede era ostile all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Contrari furono Dossetti e Gui, che pure sarebbe divenuto ministro della Difesa. Moro fu costretto a calci a entrare in aula per votare sì. E dico a calci non metaforicamente. Quando parlavo del Quirinale con La Malfa, mi diceva: “Io non c’andrò mai. Sono troppo filoatlantico per avere i voti democristiani e comunisti”».

Qual è secondo lei la vera genesi di Tangentopoli? Fu un complotto per far cadere il vecchio sistema? Ordito da chi? Di Pietro fu demiurgo o pedina? In quali mani?
«Credo che gli Stati Uniti e la Cia non ne siano stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle “disgrazie” di Andreotti e di Craxi. Di Pietro? Quello del prestito di cento milioni restituito all’odore dell’inchiesta ministeriale in una scatola di scarpe? Un burattino esibizionista, naturalmente ».

La Cia? E in che modo?
«Attraverso informazioni soffiate alle procure. E attraverso la mafia. Andreotti e Craxi sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei. I miliardi di All Iberian furono dirottati da Craxi all’Olp. E questo a Fort Langley non lo dimenticano. In più, gli anni dal ‘92 in avanti sono sotto amministrazioni democratiche: le più interventiste e implacabili».

Quando incontrò per la prima volta Berlusconi? Che cosa pensa davvero di lui, come uomo e come politico?
«Era il 1974, io ero da poco ministro. Passeggiavo per Roma con il collega Adolfo Sarti quando incontrai Roberto Gervaso, che ci invitò a cena per conoscere un personaggio interessante. Era lui. Parlò per tutta la sera dei suoi progetti: Milano 2 e Publitalia. Non ho mai votato per Berlusconi, ma da allora siamo stati sempre amici, e sarò testimone al matrimonio di sua figlia Barbara. Certo, poteva fare a meno di far ammazzare Caio Giulio Cesare e Abramo Lincoln…».

Ci sono accuse più recenti.
«Non facciamo i moralisti. Il premier britannico Wilson fece nominare contessa da Elisabetta la sua amante e capo di gabinetto. Noi galantuomini stiamo con la Pompadour. Quindi, stiamo con la Carfagna ».

Lei non è mai stato un grande estimatore di Veltroni. Come le pare si stia muovendo? Resisterà alla guida del Pd, anche dopo le Europee?
«E che cosa è il Pd? Io mi iscriverei meglio a ReD, il movimento di D’Alema, di cui ho anche disegnato il logo: un punto rosso cerchiato oro. Veltroni è un perfetto doroteo: parla molto, e bene, senza dire nulla. Perderà le Europee, ma resisterà; e l’unica garanzia per i cattolici nel Pd che non vogliono morire socialisti».
Perché le piace tanto D’Alema?
«Perché come me per attaccare i manifesti elettorali è andato di giro nottetempo con il secchio di colla di farina a far botte. Perché è un comunista nazionale e democratico, un berlingueriano di ferro, e quindi un quasi affine mio, non della mia bella nipote Bianca Berlinguer che invece è bella, brava e veltroniana. E poi è uno con i coglioni. Antigiustizialista vero, e per questo minacciato dalla magistratura ».

Cosa pensa dei giovani cattolici del Pd? Chi ha più stoffa tra Franceschini, Fioroni, Follini, Enrico Letta?
«Sono una generazione sfortunata. Il loro futuro è o con il socialismo o con Pierfurby Casini».

Come si sta muovendo suo figlio Giuseppe in politica? E’ vero che lei ha un figlio “di destra” e una figlia, Annamaria, “di sinistra”?
«Li stimo molto entrambi. Tutti e due sono appassionati alla politica come me. Mia figlia è di sinistra, dalemiana di ferro, e si iscriverà a ReD. Mio figlio è un conservatore moderno, da British Conservative Party. Io pencolo più verso mio figlio».

E’ stato il matrimonio il grande dolore della sua vita?
«Non amo parlare delle mie cose private. Posso solo dire che la madre dei miei figli era bellissima, intelligentissima, bravissima, molto colta. Che ha educato benissimo i ragazzi. E che io l’ho amata molto».


5 luglio 2008

Arborea: il sindaco ordina lo sgombero dei nomani arrivati dal campo di Terralba

Tratto da L'Unione Sarda

Nuova ordinanza di sgombero per i nomadi che lunedì scorso erano stati allontanati dal campo sosta di Terralba poi spianato dalle ruspe del Comune. La nuova ordinanza porta la firma del sindaco di Arborea Bepi Costella ed è stata notificata nella giornata di ieri al responsabile della Comunità "Il Samaritano", don Giovanni Usai, che aveva accolto i nomadi allontanati da Terralba in una struttura abbandonata in località Pagu Bonu nel territorio di Arborea di proprietà del Corpo Forestale della Regione. L'ordinanza concede a don Giovanni Usai 48 ore di tempo per sgomberare i nomadi e bonificare l'area. I motivi della ordinanza sono stati illustrati dal sindaco di Arborea nel corso di una conferenza stampa alla quale ha partecipato , nella veste di assessore comunale, anche l'ex deputato di Forza Italia Giovanni Marras. "Il Comune di Arborea ha già dato", hanno detto Costella e Marras, respingendo le accuse di razzismo e ricordando il via libera all'insediamento della Comunità "Il Samaritano", che ospita detenuti ed ex detenuti, la maggior parte extracomunitari, e la disponibilità ad ospitare sul proprio territorio strutture come l'impianto per il trattamento dei rifiuti e per la bonifica degli inerti di amianto. Secondo il sindaco di Arborea, a Pagu Bonu non ci sono le condizioni ambientali, igieniche e di sicurezza necessarie per ospitare una comunità di 52 persone tra le quali 28 bambini. Intanto, a Pagu Bonu la protezione civile ha allestito una tendopoli di emergenza. Il sindaco di Arborea è disposto ad aspettare fino a lunedì mattina. Se nel frattempo, Prefettura e Regione non troveranno qualche soluzione alternativa la protesta potrebbe assumere altre forme e in assenza di uno sgombero volontario, il Comune potrebbe provvedere d'ufficio addebitando le spese a don Usai. Le ipotesi di soluzione sono legate alla possibilità di individuare nell'oristanese altre aree dotate di servizi, per esempio acqua e luce, e a questa ipotesi pare stiano lavorando la Prefettura d'intesa con gli assessorati regionali dell'Urbanistica, dell'ambiente e della Sanità.


2 luglio 2008

Cagliari: Monitoriamo insieme le strade e i marciapiedi cittadini

Il Gruppo di An della Circoscrizione n°4 di Cagliari ha promosso in coincidenza con il Consiglio della Circoscrizione che si terrà Lunedì 7 Luglio dalle ore 11.40 presso la sede della Circoscrizione in Piazza Giovanni XXIII, la distribuzione di un coupon informativo rivolto a tutti i cittadini della Circoscrizione che comprende i quartieri (Cep – Fonsarda – Genneruxi – San Giuliano – San Benedetto – Monte Urpinu), sulla situazione strade e marciapiedi dell’area di competenza della Circoscrizione.

“Vogliamo in contemporanea con il Consiglio di Lunedì prossimo, coinvolgere i cittadini cagliaritani sulla situazione, in alcuni casi, disastrosa delle nostre strade e dei marciapiedi”, afferma Simone Spiga, Consigliere della Circoscrizione.

“Tra disagi e buche in troppe situazioni passeggiare per la nostra città non agevole, per questo abbiamo ritenuto indispensabile chiedere la convocazione di questo Consiglio per fare immediatamente un monitoraggio delle situazioni più gravi e chiedere al Comune di Cagliari interventi rapidi per risolvere queste situazioni”, incalza Simone Spiga

“Abbiamo distribuito un coupon in oltre 3000 copie in tutte le aree della Circoscrizione che potranno essere restituiti al Gruppo di An presso la sede della Circoscrizione di Piazza Giovanni XXII, domani Giovedì 3 Luglio e Venerdì 4 Luglio dalle ore 12.00 alle 13.00”, conclude Simone Spiga.


2 luglio 2008

BRUNO MURGIA: LE PRIMARIE PER SCEGLIERE IL LEADER IN GRADO DI BATTERE SORU

Il PDL sardo deve lanciare la sfida a Soru, scegliendo il proprio candidato con le primarie. AN e FI devono sentire i loro sostenitori per evitare che la scelta venga imposta da Roma, nello spirito della più autentica autonomia sarda. On. Bruno Murgia (Camera dei Deputati, AN-PDL)


PEGGIO SORU


1 luglio 2008

MS-Fiamma verso il Congresso - definito percorso politico che affianca Pdl

Da oggi parte la fase congressuale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Al termine di una intensa due giorni di lavori dell’Assemblea Nazionale al ‘Jolly Hotel Villa Carpegna’ di Roma, il partito guidato dall’eurodeputato Luca Romagnoli, guarda al futuro e definisce la propria linea politica.
Il Comitato Centrale, preso atto dei dibattiti svoltisi nelle assemblee interegionali e in quella nazionale, delibera di intraprendere un percorso politico che affianchi, contribuendo con proposte costruttive, il Popolo della Libertà. A tal fine preannuncia la convocazione del Congresso Nazionale che discuta e vari la nuova linea politica del Msi-Fiamma Tricolore, certi che la nostra identità possa dare un contributo importante al cambiamento in atto in Italia. Si demanda quindi al prossimo Comitato Centrale di settembre la nomina della Segreteria generale del Congresso.
Ai lavori, che hanno visto la partecipazione di centinaia di iscritti da tutta Italia in un confronto costruttivo, ha preso parte nella giornata conclusiva, con un applaudito intervento, l’on. Stefano Zappalà, capo delegazione di Forza Italia al Parlamento europeo.

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