Blog: http://nuovaitaliasardegna.ilcannocchiale.it

Gianni, l'uomo della nuova destra che unisce imprenditori e proletari

Scettico sulla svolta di Fini, ha coltivato l'ala «sociale». E da ministro ha pescato anche a sinistra 

Se è diventato amico di Carlin Petrini leader gastronomo della sinistra, senza smettere il ricordo dell'amico di gioventù ammazzato dagli estremisti di sinistra. Se oggi lo festeggiano i tassisti irriducibili, e Montesano ex eurodeputato Ds; se l'hanno votato le grandi famiglie già papaline quindi democristiane infine rutelliane, e le classi popolari rimaste in città, allora Gianni Alemanno non è più da molto tempo il «picchiatore», il «camerata», l'avanguardia della «marea nera» annunciata da qualche suo coetaneo del fronte avverso. Ieri, in una giornata non meno storica del 13 aprile, il cerchio aperto nel '93 si è chiuso. Allora fu Fini a sfiorare la vittoria contro Rutelli. Adesso a batterlo è l'uomo che più ha faticato a seguire Fini nella marcia verso il centro, che per cinque anni è stato al governo quasi come capo di una corrente alternativa, che a lungo ha diviso con Storace la guida di una «destra sociale» sospettata di velleità neocorporative, ma che ora dimostra come la destra nuova sappia convincere la maggioranza dei romani, reduci da una lunga stagione non priva di successi ma associata al cliché eterno della mediazione, dei circoli, dei salotti interclassisti, delle relazioni privilegiate.

Così le grida dell'ultima ora contro «l'uomo nero» non hanno influenzato il voto più di quanto avrebbe fatto anni fa una campagna contro D'Alema «lanciatore di molotov»; come l'insistenza maliziosa sul matrimonio di Alemanno con la figlia di Pino Rauti non ha mosso l'umore dell'elettorato più di un attacco da destra a Pietro Ingrao, per citare un altro «grande vecchio» sconfitto dalla storia e dal crollo delle ideologie ma a cui è giustamente riconosciuto un onore delle armi ad altri negato, almeno sinora. Questo non significa che al ballottaggio esca sconfitto anche l'antifascismo, valore importante pure nella capitale; ma che proprio per questo non andava svilito e strumentalizzato in una maniera che si è rivelata non solo inelegante ma, forse, controproducente.

La vittoria di Alemanno (e di Fini, che l'aveva prevista così come alla vigilia del 13 aprile aveva anticipato che la Fiamma di Storace si sarebbe fermata al 2%) dimostra che, come al Nord la Lega tiene le chiavi dell'identità e della rappresentanza, così a Roma la destra ha il polso dell'anima profonda della città, dalle borgate ai quartieri piccoloborghesi, e sa coniugarla in sintonia con quelli che un tempo avrebbe definito polemicamente i «poteri forti» della capitale, dalle gerarchie vaticane ai costruttori; poteri in parte persuasi da tempo, in parte rapidi nel riallineamento.

Le ragioni e la natura di questo passaggio storico sono tutte nella biografia del nuovo sindaco. Un uomo capace di cambiare anche radicalmente, senza abiure spettacolari, senza conversioni pubbliche, senza rinnegare il proprio passato. Alemanno, pugliese d'origine (padre di Lecce, madre di Gallipoli), cresce in una Roma che coltiva una memoria del fascismo fatalmente diversa da quella del Nord operaio, che certo non rimpiange le leggi razziali e l'occupazione ma neppure dimentica il lascito del regime: una nuova urbanistica, grandi edifici dal Foro Italico all'università, grandi ospedali come il San Camillo e il Forlanini; un ceto medio impiegatizio con l'espansione della burocrazia statale, un proletariato di periferia con le borgate, un hinterland con le bonifiche; e, soprattutto, l'idea (sia pure espressa nelle forme rozze e antistoriche della retorica dell'Impero) di Roma capitale.

Un'eredità che andava molto oltre l'elettorato missino, come si vide appunto nel '93. La storia di Alemanno è l'adesione sofferta, anche se via via più convinta, al nuovo corso di Fini, avvenuta senza perdere neppure uno dei voti (quelli di Storace sono rientrati tutti al ballottaggio) di un blocco sociale storico, che si è andato evolvendo assieme alla destra. E allora i vecchi militanti e i giovani, i parastatali, i tifosi delle curve (compresa quella romanista), i cultori dei morti degli Anni Settanta celebrati da manifesti, fiori, scritte sui muri, i piccoloborghesi di piazza Bologna e piazza Tuscolo, i nuovi proletari delle borgate, in una parola le classi popolari che nell'apparente indifferenza della sinistra stanno pagando il prezzo dell'immigrazione, sia in termini di sicurezza che di concorrenza sul mercato del lavoro.

Ai sostenitori del '93, Alemanno ha saputo aggiungerne altri, infastiditi o semplicemente stanchi del Quindicennio, con lo stesso lavoro di apertura e tessitura che l'ha portato a diventare un ministro apprezzato anche dall'opposizione, e a costruire rapporti di stima con personaggi molto lontani dal recinto della vecchia destra, da Luca di Montezemolo ai viticoltori piemontesi, da Giuseppe De Rita agli agricoltori emiliani preoccupati dall'espansione degli ogm. Tutto questo non poteva essere ridotto a una croce celtica — per quanto non rinnegata e anzi mostrata sia pure con sofferenza alla tv, in ricordo dell'amico ucciso Paolo Di Nella —, né andava confuso con il folklore.

Rispolverare l'armamentario quello sì sempre uguale, ammiccare al fascista sul Campidoglio si è rivelato un errore strategico. La lezione di Roma è semmai quella contraria: dopo il lungo periodo in cui la capitale è stata governata prima da uomini del Pci, compreso quel Luigi Petroselli indicato da destra come il miglior sindaco dai tempi di Ernesto Nathan, poi da giunte in cui gli ex comunisti avevano un peso determinante, ora la maggioranza cambia di segno e premia un esponente del fronte opposto ma non per questo escluso dalla legittimazione e dall'alternanza. E chi oggi parlasse di «seconda marcia di Roma» non coltiverebbe l'indignazione, preparerebbe la prossima sconfitta.

Pubblicato il 29/4/2008 alle 10.23 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web